Marco mi stava accompagnando in stazione. Eravamo a Rimini, tra le strade e le viuzze del centro, e a un certo punto — guardandosi attorno — ha tirato fuori questa parola.

Non l’aveva cercata. Era lì, nel contesto. Come sempre con lui.

«La riminizzazione», ha detto.

Il termine — riminizzazione, o rimenizzazione — è un neologismo dispregiativo nato negli anni ‘80. Indica il dilagare di un modello di urbanizzazione selvaggia, cementificazione eccessiva e sfruttamento turistico intensivo, prendendo a esempio il rapido sviluppo edilizio della costa riminese nel secondo dopoguerra.

Non è una parola contro Rimini. È una parola contro un modello. Un modo di colonizzare i luoghi con il cemento e l’intrattenimento, di trasformare il mare — elemento della natura da contemplare — in uno spazio aperto dove fare qualcosa. Sempre qualcosa. Mai niente.

Il mare non è più un posto dove nuotare o guardare l’orizzonte. È uno sfondo per le attività.

Eravamo proprio lì, in mezzo a quel modello. E dargli un nome lo ha reso improvvisamente nitido.

Quella parola me la porto dietro da allora. Ogni volta che arrivo in un posto e sento la musica già dal parcheggio, penso: è riminizzato. E so esattamente cosa intendo.

Marco insegna così: nel mezzo delle cose, con la parola precisa al momento giusto. Perché una parola precisa non descrive solo la realtà — la rende pensabile.